L’espressione “lacrime di coccodrillo” è molto usata per descrivere una persona che mostra dispiacere solo in apparenza, senza provare un vero sentimento. Questo modo di dire nasce dall’osservazione — e soprattutto dall’interpretazione errata — del comportamento di uno degli animali più temuti del pianeta.
La leggenda dei coccodrilli che piangono
Già nell’Antichità e nel Medioevo si diffuse la convinzione che i coccodrilli versassero lacrime mentre divoravano le loro vittime. Secondo le cronache dell’epoca, l’animale avrebbe pianto per ingannare la preda o per simulare compassione, rendendo il gesto ancora più crudele.
Questa credenza, ripetuta per secoli in racconti e bestiari medievali, ha fissato l’immagine del coccodrillo come simbolo di falsità e ipocrisia.
La spiegazione scientifica
In realtà, i coccodrilli non piangono per emozione. Le cosiddette “lacrime” sono il risultato di un fenomeno fisico: quando il coccodrillo mastica e muove con forza la mascella, le ghiandole lacrimali vengono compresse, producendo un eccesso di liquido che fuoriesce dagli occhi.
Si tratta quindi di una reazione automatica del corpo, utile a proteggere e lubrificare gli occhi, e non di un segno di tristezza o rimorso.
Dal comportamento animale al linguaggio
Col tempo, questa caratteristica è diventata una potente metafora linguistica. Così, chi mostra emozioni non sincere viene paragonato al coccodrillo: piange, ma senza provare davvero dolore.
Oggi l’espressione è usata in modo figurato per smascherare false scuse, pentimenti di facciata o commozioni interessate.
Curiosamente, l’idea delle lacrime di coccodrillo non è solo italiana. Espressioni simili esistono anche in inglese (crocodile tears), francese (larmes de crocodile) e in molte altre lingue, segno che questa credenza è radicata nella cultura di diversi popoli.
